Il divieto dei patti successori e le istanze riformatrici

del 20/01/2016

Il testamento è un atto unipersonale, nel senso che il testatore deve essere l’unico e il solo a stabilire quale possa essere la destinazione del suo patrimonio per il momento in cui avrà cessato di vivere.
Non è possibile un testamento a doppia firma o addirittura reciproco.
Né è possibile che oggetto di un contratto sia una successione, salvo il caso dei patti di famiglia. Questo contratto sarà nullo.


Nell’ordinamento italiano, a differenza di altri ordinamenti stranieri, prevede il divieto di patti successori.
Sono nulli e, pertanto inesistenti, quei contratti in cui un soggetto indichi una determinata persona come suo erede.

Il legislatore vuole garantire la c.d. libertà testamentaria, che verrebbe inevitabilmente compressa qualora si dovesse essere oggetto di contrattazione la nomina di erede, ma soprattutto questo sarebbe contrario alla morale pubblica in quanto potrebbe ingenerare il desiderio di morte nei confronti del disponente.

Sempre per la ripugnanza sociale, è del pari nullo un contratto attraverso cui qualcuno dispone di una successione che deve ancora essere aperta: la dottrina li definisce patti successori dispositivi.
Per lo stesso motivo non potrà essere oggetto di contratto la rinuncia ad un’eredità che deve ancora aprirsi.

La giurisprudenza si è spesso espressa su questo tema, anche in ambito societario.
Curiosa è una sentenza del 2007 in cui i giudici del tribunale di Biella dichiaravano nulla la clausola che disponeva che in caso di decessi di un socio, gli eredi avessero diritto alla liquidazione della quota al valore nominale.

Il tribunale ha affermato che questo tipo di clausola “si sostanzia in un accordo reciproco tra soci sull’ammontare del valore da attribuire in sede di liquidazione della quota agli eredi in caso di morte di ciascuno dei soci”. In tal modo, veniva limitata reciprocamente la libertà testamentaria, perché i soci disponevano per via contrattuale della successione della loro quota attribuendo agli eredi una quota fissa, dando vita ad un patto successorio istitutivo.

Da più parti, si registrano pressanti istanze sociali tese ad eliminare o quanto meno a riformare questo tipo di divieto, per agevolare la circolazione di beni in prossimità di successione.

Il legislatore italiano, in tema di successione di azienda, ha concesso una deroga precisa: saranno leciti quei patti di famiglia attraverso cui l’imprenditore cede ad un suo discendente la sua azienda attraverso un contratto e soprattutto quando è ancora in vita. 

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